Ambi-valenze

“Ho cominciato a capire di essere diversa a 12 anni, quando il giorno della partenza per la gita di terza media che tutti i compagni aspettavano con grande eccitazione, mi barricai in bagno in preda al mio primo attacco di panico mentre mia madre urlava che non era il momento dei capricci e che dovevo andare. Fu un incubo, il primo di centinaia. A 14 anni ero isolata, entrai nel mondo del volontariato, l’unico ambiente dove non mi veniva chiesto più di quello che riuscivo a dare. Niente uscite il sabato sera, niente veglioni discoteche, la paura sempre presente. Chiesi aiuto ai miei, ma a quei tempi non si poteva parlare di psicoterapia, quando decisero di aiutarmi era troppo tardi e soprattutto mi affidarono alla persona sbagliata.
Oggi ho 38 anni, esco solo per andare a lavoro, che ironia della sorte, mi mette a contatto con la gente che mai penserebbe che io possa soffrire di un problema del genere.
Una cerimonia, un evento, ma anche una semplice riunione di famiglia per me diventano ostacoli insormontabili che a volte riesco ad affrontare pagando a caro prezzo l’enorme sforzo. Non ho amici ed è facile intuirne il motivo, non ho un uomo perché per conoscere qualcuno bisogna uscire, parlare e io sono assolutamente incapace di farlo. Sono seguita da una psicoterapeuta fantastica, con cui piano piano sto facendo dei piccoli passi in avanti. Vorrei dire che se ne può uscire, a volte dopo giornate abbastanza buone, penso che magari c’è una speranza, il più delle volte vedo la morte come unica prospettiva, ma intanto sono qui e provo a respirare”

Succede che ci si ritrova a raccontare la propria storia per caso senza volerlo, quando ci si ritrova a leggere un articolo sulla “fobia sociale” e testimonianze di vite che somigliano alla tua.
In un istante capisce da dove viene fuori la paura tremenda dell’abbandono, perché ti fa soffrire il silenzio immotivato di quella che credevi la tua amica e sei disperata alla prospettiva che la tua psicoterapeuta-capo possa andar via e lasciarti anche se poi a volte, non riesci a parlare neanche con lei.
E poi.. e poi ci sono i sensi di colpa, la paura di non fare mai abbastanza, di non essere abbastanza.
La sera precedente aveva vissuto un incubo, quattro interminabili ore seduta ad un tavolo con persone che dicono di essere “la tua famiglia”, ma con cui in realtà non hai nulla da scambiare, che non conoscono il tuo dolore, che ti giudicano e rimproverano se ad un certo punto il panico ti costringe a scappare via.
Lei non aveva una famiglia, forse la sua famiglia era solo suo padre, probabilmente adesso era il suo lavoro, l’unico filo che la teneva attaccata alla vita e senza cui, probabilmente, non uscirebbe mai dalla sua bolla.
Certe volte ci si sente anche in colpa a ridere, a sognare, ma la vita fa il suo gioco. Sempre e comunque.

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