Nel mezzo della tempesta

Piangeva ininterrottamente da ventiquattrore e più si diceva basta lacrime, più queste prendevano a scendere, quasi a irridere la sua volontà.
Tre eventi apparentemente e insignificanti, o almeno così poteva apparire al resto del mondo,l’avevano gettata in uno sconfortante circolo vizioso di pensieri negativi.
Probabilmente era anche vero che non poteva sforzarsi a fare qualcosa di cui aveva paura, ma in ogni caso, se non avesse nemmeno provato avrebbe perso in partenza. Come si può aver paura di un pranzo in agriturismo per il compleanno della propria amica?
A chi le chiedeva perché lavorasse con i bambini autistici avrebbe voluto rispondere con quell’esempio. Lei si rispecchiava spesso nei loro occhi, quando ogni minimo cambiamento può essere talmente traumatizzante da mandare a fan culo mesi di lavoro, quando non riuscire a tirar fuori un semplice sentimento o una singola parola fa così male da far esplodere crisi di panico e rabbia. Lei sentiva l’odore della paura e la piccola mano di T, che cercava la sua, nel loro linguaggio silenzioso significava “non ce la faccio, aiutami”, beh, quella era una delle sue telefonate mute e le carezze a quel bambino così “strano” ma immensamente bello nella sua eccezione, erano anche un po’ per la sua anima.
“E adesso non piangere più” , si ripeteva, “andrà tutto bene, prima o poi”.

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