Senza titolo

Le pagine scritte non erano più quotidiane e magari questa cosa stava a significare che aumentavano i giorni abbastanza buoni, quelli in cui pensi che puoi farcela anche tenendo dentro i pensieri.
Le ultime ventiquattrore l’avevano prepotentemente riportata a mesi prima e non sapeva bene in quale turbinio fosse entrata, ma soprattutto non capiva perché la gente debba distruggere altre persone solo per guadagnarci qualcosa, per essere più importante, più in vista. Questa smania devastante, le faceva paura e cazzo, a Lavinia non poteva certo dirlo, ma aveva trascorso
la notte sveglia a chiedersi se fosse giusto continuare questo lavoro, perché se il pericolo era perdere la sua amicizia o quella di Marcella, allora no, il gioco non valeva la candela, perché lei altri abbandoni non sarebbe riuscita a sopportarli, stava perdendo Sandra, anche Tony e non sarebbe stato giusto, perché lei lo sapeva cosa significava sentirsi così soli da considerare la morte come unica via d’uscita.
Da un po’di tempo osservava la prospettiva della morte da un po’ più da un po’ più lontano e questo perché qualcuno l’aveva aiutata a salvarsi.
Egoista come al solito, proiettava su di sé questa situazione assurda,
ma lei avrebbe volentieri spaccato il naso alla persona che aveva creato tutta quella confusione, approfittando della buona fede di famiglie che vivono il dolore devastante di un bambino con gravi problemi e che stava facendo soffrire persone a cui lei voleva bene.
La domenica non era stata meno complicata della notte, vedere la casetta estiva distrutta da affittuari maleducati e arroganti, quella casa in cui aveva trascorso le estati più belle della sua infanzia, che suo padre amava, trovarla maltrattata, l’aveva gettata in uno stato di prostrazione e delusione che poi era sfociato in una crisi di nervi contro la regina madre, che, per quanto lo negasse, aveva le sue colpe.
E poi la mortificazione di entrare in quel negozio dove la lungimirante zia le aveva comprato il regalo di compleanno, naturalmente troppo stretto e sentir dire alla commessa con sorrisino ironico e compiaciuto che non poteva effettuare il cambio perché non c’era niente di adatto alla sua misura.
Avrebbe voluto gridare che lei non la conosceva, non sapeva perché fosse ingrassata, perché facesse tanto schifo a se stessa e a agli altri.
Uscita di lì, con le lacrime agli occhi, aveva giurato a se stessa che non avrebbe mai più messo piede in un negozio, che avrebbe comprato tutto online, mutande comprese.
Erano le 01.09 di notte, il telefono tenuto a distanza di sicurezza.
Si sentiva sola, ma doveva bastarsi.

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