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ATTENZIONE POST TOSSICO. Se allergici alla tristezza, alla depressione è meglio che vi teniate alla larga da qui. E’ il mio dolore. Non accetto paternali del tipo” la vita è bella lo stesso” o robe simili.
Lo so già da me e mi sento abbastanza in colpa.

Lessico di una sera di dolore.

TUTTI= Tutti hanno l’ansia, tutti soffrono. TUTTI. Questa parola suonava da punizione, da sempre. Lei era una dei tutti. Come se esistesse una classifica del dolore. Ma era diversa da tutti. Entrava e usciva dall’insieme a secondo del bisogno. Qualcuno la infilava dentro per poi tirarla fuori al momento opportuno. Ma lei si sentiva in bilico. Non apparteneva a nulla.

TELEFONATE MUTE= L’unico modo che conosceva per far sapere al mondo che esisteva e l’unico momento in cui usciva della sua invisibilità. Peccato che ormai non chiamava più le persone che sapevano del suo problema. Sarebbe stato troppo facile. Pur di sentire una voce era disposta a prendersi l’intero scibile delle parolacce. Ma non importava.

SABATO e DOMENICA = I giorni che non finivano mai, i giorni delle torture alla pelle, dei capelli strappati. I giorni vuoti, i giorni in cui il mondo va incontro alla vita, mentre lei, da brava stratega, li evitava per bene. I giorni in cui sperava di star male per non incontrarlo quel mondo. E quando pensava ad un solo motivo per ricominciare a studiare era quello di tener occupata la mente in quei giorni in cui non esisti più per nessuno. Nemmeno per chi ti vuole bene.

IMMATURITA’= Secondo la madre lei ne era l’emblema assoluto. Meglio una figlia malata, disabile, che una che non era riuscita a crescere pur avendone le possibilità e l’intelligenza. Spesso le chiedeva in cosa avesse sbagliato, visto che si sentiva una madre perfetta, per avere una figlia di 37 anni ridotta in quello stato e di cui non andava assolutamente orgogliosa.
Forse aveva ragione, lei si sentiva come una quattordicenne in balia della corrente, ma con le responsabilità di una della sua età. Il mondo si aspetta che tu te ne faccia carico, non ammetteva ritardi e deviazioni.
Probabilmente stava bene con i bimbi perché loro non si aspettano niente se non una carezza, un sorriso e che tu beva caffè inesistente da una tazzina di plastica.

ORSO = Lo stesso da 35 anni, l’unico oggetto che riusciva a consolarla, a calmarla, che non aveva più nulla di quell’animale di peluches originario.
ma che conservava l’odore della speranza.

TEMPO= Se ne accorgeva quando parlava con Lavinia, il tempo era qualcosa di avulso per lei, non le bastava, o era troppo dilatato. Se guardava indietro assumeva le sembianze di una montagna di sabbia che granello dopo granello l’aveva intrappolata.

MANO= Quella di cui aveva bisogno quando non riusciva a fare le cose da sola, quando non riusciva ad aver cura di sé, quando si faceva del male, quando si lasciava andare, quando chiedeva aiuto in maniera completamente sbagliato.
Avrebbe voluto un programma dettagliato come quello dei bambini autistici che seguiva lavinia. Per qualcuno poteva sembrare una cosa molto codarda quella di “delegare” ad altri la scelta delle proprie priorità e forse lo era, ma lei si faceva talmente schifo da non guardarsi più nemmeno allo specchio, da farsi la doccia con gli occhi chiusi.
A volte non ce la fai, forse perché quegli occhi li hai tenuti chiusi per troppo tempo e quando li riapri ti accorgi del disastro.

FUGA= Era quella che sognava quando guardava il mare quando si rifugia nel suo solito posto e si immaginava a vivere su quell’isola da lei tanta amata, dove nessuno la conosceva, dove si sarebbe bastata.

MORTE= il pensiero immediatamente successivo alla fuga.
Era su quell’isola che avrebbe voluto chiudere gli occhi.
La morte era quella galleria che forse avrebbe portato alla pace.
Quando veniva a conoscenza del fatto che qualcuno sceglieva di attraversare quel tunnel volontariamente, lei non sentiva solo il normale dispiacere che può provare una persona comune, ma molto di più. A volte il mondo ti schiaccia, non ce la fai più, devi fermarti, ma se ti fermi sei fottuto, il mondo ti giudica, non puoi, devi correre, correre.
Cosa penserebbe il piccolo grande B., se lei avesse spesso di correre, lui che anche se ormai era uscito dal nido da quattro anni, costringeva il padre a passare ogni mattina per darle un bacio.
Cosa avrebbero pensato TUTTI, quei TUTTI.
Non si immagina mai cosa possa esserci dietro la scelta di morire. Lei sì. Per questo aveva tanta tanta paura, ma finché ci fosse stata la piccola nana bionda, probabilmente lei avrebbe tenuto duro perché sapeva non avrebbe capito, probabilmente avrebbe odiato la vita e lei non poteva assolutamente permetterlo.

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