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Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra con il dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia.
(Kafka da “Sulla spiaggia”)

Caro Kafka, per quanto si possano chiudere gli occhi, serrarli, la sabbia penetra ugualmente e allora c’è veramente poco da fare.
Quel pomeriggio era stato complicato. La nana tredicenne lo avevo trascorso piangendo disperatamente per l’atteggiamento (bastardo e inqualificabile) della sua prof.sa e per quanto tutti si cercasse di tranquillizzarla riguardo alla fiducia riposta in lei, nemmeno i santi erano riusciti a calmarla.
Dall’altra parte la sua amica Chicca,che trovatasi in una situazione ingarbugliata e difficile, le aveva chiesto cosa avrebbe fatto se si fosse trovata al suo posto.
Chicca era infantile, pazza, con reazioni esagerate e soprattutto sola, anche se con due bambini splendidi. Si somigliavano e Chicca riponeva in lei una fiducia fraterna.
Lei si chiedeva cosa avrebbe pensato il mondo leggendo quello che scriveva. L’avrebbe condannata per sempre.
Avrebbe voluto dormire presto, ma aveva dovuto riguardare tutti i filmati del piccolo Giù, registrare i dati e si era accorta di alcune curiose espressioni, dei suoi sguardi buffi.. Era stato difficile conquistarlo, era complicato ricominciare tutte le volte, ma amava alla follia quel bimbo.
Rivedersi nei filmati non è facile. Lei si accorgeva della sua goffaggine, della sua incapacità e bruttezza. Solo il viso monello e vispo di Giù riusciva a non farla piangere.
E poi…e poi si sentiva sola. Non poteva dirlo, ormai non serviva più.
La paura era tornata e quanto succedeva la mente andava per conto proprio.
La regina madre non aveva prestato la minima attenzione alle sue analisi completamente sballate, alla tiroide impazzita. Peggio per te, le aveva detto con tono sarcastico. Almeno lei era coerente.
Il pensiero di dover tornare da quello stronzo di endocrinologo, dopo 10 anni, la infastidiva. L’ultima volta era quasi finita a scazzottata e l’aveva cacciata via dallo studio. Non sapeva quale sarebbe stata la sua reazione nel rivederla. Per quanto le riguardava avrebbe anche potuto accopparlo e per questo avrebbe voluto che qualcuno la accompagnasse. Ma non ci sarebbe stato nessuno. Prima però doveva ottenere l’appuntamento, il che non era cosa semplice, visto che il dottoricchio in questione era diventato un luminare. Un luminare di provincia, primario in un squallidissimo reparto di medicina di un ospedale di provincia, ma pur sempre un luminare.
La regina madre, intanto, le aveva regalato un’altra delle sue perle di saggezza affermando che di Tiroidite non si muore di certo e nella sua testa lei aveva pensato…che quello sì, in effetti, era un grosso problema.

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