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E Dio disse: Ama i tuoi nemici.
E io obbedii e amai me stesso.
(Kahlil Gibran)

Poteva sembrare assurdo, ma lei avrebbe voluto odiarsi.
L’odio è comunque una forma di attenzione, l’odio è il rovescio dell’amore,
l’odio è una prova di esistenza.
Lei si guardava allo specchio e non si vedeva, non si riconosceva, non si trovava.
Non si può odiare qualcuno che non si conosce, tantomeno ci si può fidare.
Già la fiducia. Lei aveva la grande abilità di respingere le persone.
Chiunque le si avvicinava rimaneva in qualche modo bruciato e lei avvertiva questa sensazione e non avrebbe voluto. Non avrebbe voluto sentire tutto così intensamente, quelle emozioni che ti entrano dentro come uragani e ti sconvolgono.
La pupetta tredicenne aveva passato il pomeriggio a casa con lei.
Ore di armistizio, in cui l’anima taceva, perché occuparsi di qualcuno riempie il vuoto, anche se è solo un’illusione ottica.
Poi ritorna a farti compagnia il silenzio, ti ricordi che non si tratta di tua figlia, ti guardi dentro, vorresti solo un abbraccio, una rassicurazione; Esisti, ci sei, anche se il mondo ti passa attraverso, anche se per te, il dono della parola non serve per aprirsi, ma per nascondersi.
Il silenzio è ciò che il mondo le chiedeva. E lei stava ubbidendo.
Era stata brava quei due giorni e sperava nel non ricadere in quell’insano desiderio di condivisione. Non doveva. Faceva troppo male.

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