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Quarto giorno

Poi esistono giornate più serene dove il mostro rimane a sonnecchiare e tu riesci a prendere fiato.
Al nido una giornata da delirio, i teppistelli si erano svegliati tutti con il piede sbagliato e solo dopo le dieci si erano calmati pianti e crisi di gelosia almeno fino a pranzo, quando chiunque non svolga questo lavoro da sedici anni, scapperebbe alla velocità di Usain Bolt.
In quei momenti vorresti essere nata con almeno due paia di braccia in più, così da poterne abbracciare e coccolare il più possibile. Invece devi mediare, spiegare a uno che l’altro è più piccolo e per questo ha più bisogno di stare in braccio, provare a far capire che usare la sedia rossa invece che della blu non è la fine del mondo.
Una maestra di nido deve essere multitasking, ascoltarne uno, dondolarne un altro e magari, nel frattempo, giocare anche a palla.
La mattina, durante il lavoro, il mostro non veniva quasi mai a disturbarla. Non la troverebbe.
L’accoglieva al suo rientro a casa. l’aspettava nel letto ogni sera.
Le pillole servivano solo ad attutirne la vista. Ma lui era lì.
Quella notte, però, era meno fastidioso del solito. Il pomeriggio passato con la sua pupa e il disordine di colori e pennelli le avevano restituito una parvenza di routine e la paura sembrava quasi infastidita da questa mancanza di attenzione e le metteva in testa strani tarli, cercava di minare la fiducia che pian piano stava acquisendo in Lavina, metteva in dubbio alcune scelta, ma lei non aveva voglia di starla a sentire. Forse era troppo stanca.

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