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ore 00.41
La confusione

Una volta si accontentava.
Le bastava il suo piccolo lavoro, l’amore dei pupi, l’affetto di Sandra e soprattutto crescere Giada.
Non era un problema nemmeno elemosinare da Salvatore, era il suo ruolo.
Non parlava con nessuno di se stessa. Non ne aveva bisogno. Era tutto racchiuso in quel piccolo spazio dietro il vetro. Lei dentro. Tutto il mondo fuori.
E adesso cosa stava succedendo?
Giada stava crescendo e aveva sempre meno bisogno di lei. Avrebbe voluto dirle che in ogni caso il suo amore non sarebbe mai mutato. E’ vero, i pomeriggi forse erano più vuoti, ma era giusto così. Era soltanto giusto così.
E lui le mancava. Avrebbe dato qualsiasi cosa per parlargli un attimo.
Perché riusciva a riempire i suoi silenzi e a leggere la sua anima con la stessa facilità con cui suonava la chitarra. Il giorno precedente la telefonata muta.
Era stato complicatissimo stare lontana dal telefono, non rifarlo una, due, tre volte.
Forse era solo la paura di un’eventuale denuncia da parte della puttana, ma in fondo non l’aveva mai temuta. Perché avrebbe dovuto cominciare proprio in quel momento?
Se voleva poteva rovinare la vita ad entrambi. Un bel copia incolla e due indirizzi mail molto precisi. Che la denunciassero pure. Non aveva nulla da perdere. Per qualche mese aveva abbondonato il proposito, ma i suoi occhi cadevano su quella chiavetta usb che aveva tirato fuori dal posto sicuro in cui era nascosta.
E nel frattempo lei si stava aprendo, era stata accolta, non c’era abituata. Aveva cominciato ad aprirsi.
E se fosse stato un errore?
Se tutta la confusione degli ultimi giorni fosse stata dovuta a questo eccessivo esporsi? All’essersi troppo abituata a condividere le connessioni assurde dei suoi pensieri.
Da piccola credeva che esistessero davvero i geni delle lampade come nella favola di Aladino. E se allora il desiderio più grande era l’ultimo modello di barbie, adesso avrebbe voluto solo un grande schermo su cui rendere visibili le paure, i pensieri, la rabbia e soprattutto il passato.
Cosa avrebbe fatto? Sarebbe fuggita ancora una volta, si sarebbe rinchiusa nel suo piccolo mondo.
Avrebbe riattivato il tempo pieno al nido cercando di gestirlo da sola. Era l’unico modo per andare a letto distrutta, per non pensare. Forse avrebbe accettato l’invito dei volontari di strada. D’altronde smistare vestiti e sistemare generi alimentari nei sacchetti non implicava grandi rischi. Non c’erano bimbi autistici che potevano essere rovinati da un insegnamento sbagliato o famiglie ostaggio di ricatti psicologici.
E se magari fossero state vere le parole del consulente, che con la pensione integrativa forse le sarebbero bastati altri dieci, dodici anni di lavoro, ammesso che ci fosse arrivata, allora lei avrebbe vissuto per il sogno di trasferirsi in riva al mare, su quell’isola baciata dal vento e dal sole. Lì nessuno sarebbe mai venuto a cercarla.
Probabilmente avrebbe anche chiusi quel blog. Non aveva più senso, non c’erano più le sue amiche, non era il suo spazio. Vi si sentiva ospite.
Intanto si sarebbe fermata. Il resto lo avrebbe deciso il tempo.

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